Francesco di Marco Datini
il fiume Bisenzio
Granduca Cosimo

IL MONASTERO

Un po’ di storia

Alla fine del ‘300 “sul monte del Palco”, Francesco di Marco Datini comprò poderi e case perché quel luogo gli piaceva in maniera particolare: gli ricordava la Certosa di Firenze.

Nell’area di pertinenza della casa dei Ritiri, il mercante ebbe due “Palchi” cioè due case coloniche, una delle quali opportunamente riadattata e trasformata, fu la casa “da signore”. Sulla metà del Quattrocento il Ceppo e la Comunità di Prato diedero la proprietà di Datini ai frati dell’Osservanza che fin dal 1425 l’avevano richiesta per costruirci chiesa e convento. Con i francescani riprende, dopo il periodo datiniano, un momento che è caratterizzato da un’intensa attività costruttiva: essi, infatti, edificarono la Clausura, le celle e gli altri annessi conventuali attorno ad un chiostro con colonne in stile ionico e conclusero la costruzione con la chiesa ad una sola navata, coperta a capriate, impostandola sulla collina a strapiombo sul fiume Bisenzio. Un insieme di edifici semplici che, in parte, utilizzarono anche la casa del mercante pratese, come si desume da alcuni inserti murari che sono riapparsi durante gli ultimi restauri e da un piccolo tabernacolo con Crocifissione che si trova in una sala di fianco alla chiesa, a proposito del quale esiste un pagamento effettuato nel 1410 ad Arrigo di Niccolò dagli esecutori testamentari della eredità Datini. Questa fase dei lavori ebbe termine alla fine del 400. Sulla metà del Seicento vennero effettuati lavori di restauro al primitivo complesso conventuale e, quindi, una serie di ampliamenti particolarmente rilevanti tra i quali la costruzione di un secondo chiostro in stile Tuscanico; in questa occasione gli interventi, che interessarono profondamente anche la chiesa (che fu arricchita del portico e della cupola), diedero al complesso conventuale un’impronta stilistica più raffinata e più ricca: il piccolo convento delle origini prese l’aspetto e la consistenza di una grandiosa costruzione capace di ospitare una numerosissima famiglia religiosa. Questa fu sempre molto amata e stimata dalla cittadinanza pratese, che non fu mai avara nei suoi riguardi; il convento e la chiesa furono arricchiti di opere d’arte e conobbero sempre le premure affettuose dei pratesi e la loro devozione. La sostituzione dei frati dell’Osservanza con i Riformati, operata dal Granduca Cosimo verso 1712 non incontrò il gradimento della popolazione pratese e diede luogo ad alcuni disordini; questi furono sedati grazie alla predicazione di San Leonardo da Porto Maurizio. Era, però, ormai incominciato un periodo poco felice per il convento del Palco. Ebbero luogo alienazioni di opere d’arte e, per conseguenza, si assistette ad un generale impoverimento dell’ambiente e ad un decadimento delle strutture alla cui cura ad arricchimento aveva contribuito sia la popolazione, sia i pubblici poteri. Nel 1778 avvenne la soppressione del convento, in un periodo particolarmente agitato anche per effetto del clima che fu determinato dalle riforme del vescovo di Pistoia e Prato, Scipione de’ Ricci. Il complesso conventuale e la chiesa divennero proprietà di privati che li tennero fino al 1924; dopo un‘ulteriore compravendita fra privati, nel 1956, “Il Palco” fu acquistato dalla Diocesi di Prato e, quindi, destinato, dal vescovo diocesano mons. Pietro Fiordelli (primo vescovo residenziale di Prato), a casa dei Ritiri della Diocesi. Dal 1958 al 1961 fu compiuto il restauro generale dell’edificio che rimise in luce le strutture originarie e fu l’occasione per compiere alcuni lavori di ampliamento e di sistemazione funzionali alla nuova destinazione degli edifici.

La gestione della Villa del Palco fu data alle Spigolatrici, e oltre ad ospitare ritiri diocesani ha visto alloggiare grandi personalità religiose, dal Dalai Lama a papa san Giovanni Paolo II.

Oggi la diocesi ha affidato la cura della struttura ai Ricostruttori nella preghiera, per mantenerne lo spirito di casa per ritiri, e per rilanciare l’attenzione alla formazione con l’obiettivo di farne un polo culturale, ecumenico e interreligioso che possa far emergere la sete di spiritualità presente in ogni persona.